Forum della "Voce"/Intervengono Bianco, Giannola, Massari, Stracquadanio

Federalismo fiscale, luci ed ombre di una riforma

Riportiamo il testo integrale del forum che "La Voce Repubblicana" ha tenuto martedì 30 settembre sul tema: "Federalismo fiscale, luci ed ombre di una riforma". Sono intervenuti gli onorevoli Gerardo Bianco e Giorgio Stracquadanio, l'economista Adriano Giannola e il costituzionalista Oreste Massari. Ha moderato la discussione il condirettore della "Voce" on. Italico Santoro.

Santoro. Vorrei iniziare con una domanda tutta "politica" al senatore Stracquadanio. Ci troviamo in una condizione economica di estrema difficoltà che rischia, dagli Sati Uniti, di ripercuotersi anche sull'Italia: Unicredit è andata incontro a rilevanti perdite in borsa. La situazione internazionale, dal punto di vista politico, è altrettanto difficile: la Georgia, le tensioni fra Stati Uniti e Russia, le questioni europee ancora aperte… Insomma: parliamo di federalismo fiscale, ma non è un po' come quell'orchestrina che suona sul Titanic che affonda? Noi, insomma, affrontiamo certi argomenti, mentre il mondo parla d'altro…

Stracquadanio. Noi chiamiamo federalismo fiscale quella che io considero per molti versi la madre di tutte le riforme necessarie. Qui non stiamo parlando della riforma della finanza locale: non è questo il tema. L'argomento è un altro: come ricondurre la spesa pubblica e la tassazione in capo a una responsabilità coerente e unitaria. Faccio una breve retrospettiva. La crisi finanziaria dell'Italia, quella che oggi ci costringe a una compressione straordinaria della spesa pubblica, nasce da tre radici originarie. Il divorzio tra la responsabilità di spesa e la responsabilità fiscale, determinato dalla riforma degli anni '70; la creazione delle Regioni, così come è stata attuata; l'utilizzo del debito pubblico da parte dei governi come ammortizzatore sociale di fronte alle difficoltà dell'economia reale. Questi tre elementi sono stati storicamente insieme: tutti coloro che hanno avuto responsabilità negli enti locali sanno bene che i bilanci sono sempre stati fatti aumentando di anno in anno le spese. Ma, per fare questo, tutti i capitoli di bilancio venivano portati a esaurimento poiché altrimenti non si sarebbe potuto chiedere di più al responsabile del Tesoro. Il federalismo fiscale non è la riforma della finanza locale, ma è la fine del divorzio della responsabilità fra tassazione e spesa. Ogni livello di governo deve fare fronte, in modo responsabile, alle sue spese, in maniera trasparente. Per di più, il meccanismo implica un controllo da parte del cittadino, che così è consapevole che un certo beneficio ottenuto è a fronte di un costo. Chi governa oggi, insomma, promette benefici ma nasconde i malefici, occultando il costo del beneficio promesso dietro un altro soggetto che impone la tassazione. Tanto è vero che negli enti locali si spende moltissimo per regalare "cultura", ma nascondendo il fatto che quella "cultura" viene pagata tramite le tasse. Ricondurre la responsabilità della spesa in capo al soggetto politico è l'unico mezzo che abbiamo perché si possa ridurre la spesa, ridurre la tassazione e dare un effettivo controllo ai cittadini. Determinando anche scelte politiche nette: tra chi per esempio vuole dare più servizi di tipo pubblico imponendo più tasse, o chi invece riduce le tasse e apre i servizi pubblici alla competizione privata. Quindi il federalismo fiscale è la riforma della governance della Repubblica italiana. In questo senso non è distante dai problemi della crisi internazionale. Siamo, insomma, giunti ad un punto in cui il nostro modello organizzativo non regge. E non è un problema di natura semplicemente istituzionale; è un problema di atteggiamenti politici che nascono da questo divorzio di responsabilità.

Santoro. Pongo una domanda al prof. Massari. Recentemente sul "Sole 24 Ore" Enrico De Mita ha scritto che al federalismo fiscale manca un orizzonte costituzionale. E cioè che sarebbe stato meglio prima riformare la Costituzione negli articoli dedicati alla governance complessiva del territorio e poi introdurre il federalismo fiscale. Qual è la sua valutazione "costituzionale", prof. Massari?

Massari. Quella di De Mita mi sembra un'osservazione calzante perché se è vero che non si tratta di una semplice riforma amministrativa della finanza locale, bensì di una riforma della governance in Italia, allora noi ci troviamo davanti un problema istituzionale. Ricordiamo che tutti gli stati federali che "funzionano", dagli Stati Uniti alla Germania, quest'ultima a noi più vicina, hanno una Costituzione di tipo federale, con una seconda Camera – Senato e Bundesrat, rispettivamente – che è l'apice di questa catena di responsabilità. Sappiamo ad esempio che il Bundesrat incide in modo rilevante durante le discussioni sul bilancio federale. In Italia, al vertice di questa pluralità di enti che la Costituzione mette sullo stesso piano (Comuni, Province, Regioni, etc.) occorre dare una strutturazione d'insieme con, in capo, una responsabilità. Non credo peraltro che nell'ambito di questa riforma radicale della governance possano porsi come vertice la Commissione paritetica individuata nel disegno di legge Calderoli oppure la Commissione unitaria della spesa pubblica. Sono organismi che non possano sostituire una responsabilità politica che va in capo a una seconda Camera di tipo federalista. E dobbiamo ricordare che, mentre tutta la parte relativa al Titolo V della Costituzione è stata approvata alla fine di un percorso da un referendum popolare, in realtà la riforma della seconda parte della Costituzione – quella presentata dal governo di centrodestra – è stata poi sconfessata da un altro referendum popolare. Ci troviamo, insomma, di fronte a una difficoltà istituzionale notevole. E dunque è bene che il percorso del federalismo fiscale sia accompagnato quanto prima da una riforma costituzionale. Leggo sui giornali che l'attuale maggioranza tornerà a parlare di questo problema: bene, se il federalismo fiscale non vuole essere semplicemente una riforma tributaria ma una vera ristrutturazione della spesa "storica" italiana, ha bisogno di corrispondenti responsabilità politiche, che non possono non fare capo a un assetto federale delle più alte istituzioni.

Santoro. Professor Giannola, uno dei problemi maggiori che il federalismo fiscale pone è il rapporto Nord – Sud. Uno studio recente mette in luce che il divario è inalterato. Sono andato a rivedere i dati sul rapporto tra Centro – Nord e Mezzogiorno nel corso di alcune annate particolari: ho visto che nel 1951, con un'Italia ancora dissestata dal conflitto, il prodotto pro – capite del Sud era pari grosso modo al 63 per cento di quello del Centro – Nord. Nel 1961 – i dieci anni dello sviluppo, del "miracolo", localizzato soprattutto a Nord – la percentuale scende intorno al 58 per cento. Nel '71, dopo dieci anni di intervento straordinario centralizzato – la Cassa per il Mezzogiorno – c'è un recupero e si risale intorno al 63 per cento. Nel 1970 vengono istituite le Regioni: da allora la percentuale scende. Oggi si è tornati al 56 – 57 per cento. E dunque: il decentramento ha danneggiato il Mezzogiorno? La creazione delle Regioni ha contribuito a indebolirlo? E quindi mi chiedo: il federalismo fiscale servirà ad equilibrare il rapporto tra le due Italie o aggraverà il divario?

Giannola. Non so se l'introduzione delle Regioni di per sé abbia determinato l'inizio del declino. In realtà le Regioni nascono nel '70, ma la "svolta" comincia nel '73 ed è legata alla crisi internazionale, alla smobilitazione dell'intervento straordinario prima maniera. Non c'è stata una ricetta sostitutiva all'industrializzazione italiana. Quando ci si lamenta delle "cattedrali nel deserto", dobbiamo ricordare che quell'intervento iniziale fatto al Sud era in realtà una grossa manovra di politica industriale nazionale che ha consentito all'Italia di entrare in Europa. L'Italia ha rinunciato al protezionismo e lo ha sostituito con le politiche regionali e con l'emigrazione dal Sud al Nord. Il crollo di questa opzione di politica industriale, che in sostanza ha fatto il miracolo economico, così come l'inesistenza di una politica alternativa spiegano molto più del fatto, puramente istituzionale, della creazione delle Regioni. Detto questo, è comunque un dato oggettivo il fatto che le Regioni del Sud abbiano funzionato molto peggio di quelle del Nord, soprattutto all'inizio. Un esempio: nei primissimi anni del 2000 in Campania non erano stati approvati i bilanci della Regione, addirittura dal 1995. La prima giunta Bassolino ha approvato quello che non era mai stato neanche contabilizzato. Insomma, tanto più povero è un paese, tanto più è inefficiente. Tanto più gli si delegano competenze, tanto più è difficile che questa efficienza sia adeguata.

Ma c'è anche un problema di "controinformazione". Una delle bandiere del federalismo fiscale è quella di controllare la spesa, obbligando le amministrazioni locali – in pratica il Mezzogiorno – a usare meglio le risorse, nell'idea che queste risorse siano state sprecate, e chissà in che quantità. Ma, se andiamo a guardare i dati dal '92 a oggi, pur ricomprendendo i fondi strutturali europei – l'unica teorica risorsa aggiuntiva – le risorse sono state tagliate in modo drastico proprio al Mezzogiorno, cioè alla parte più debole e più inefficiente. E su questo punto occorrerebbe fare molta controinformazione, ripeto, soprattutto tra i politici, che spesso si ritrovano a lavorare e a decidere condizionati da pesanti luoghi comuni.

Il federalismo fiscale può essere di aiuto al Mezzogiorno? Certo, lo può aiutare. Così come lo può invece affossare. Si tratta di vedere cosa sarà il federalismo fiscale. In realtà stiamo parlando di una scatola vuota. I disegni di legge Calderoli non dicono nulla: sono più o meno simili a quelli del centrosinistra (anzi, quello del governo Prodi era molto più dettagliato). Il disegno di legge Calderoli, almeno per ora, è forse ancora più vago di quello del centrosinistra. Nessuna differenza, sull'argomento, fra centrosinistra e centrodestra. Questo dei due "federalismi", uno di destra e uno di sinistra, è un primo equivoco di cui sbarazzarci: e infatti c'è discussione sul federalismo fiscale, ma non una vera opposizione. In realtà il federalismo fiscale, allo stato dei progetti, non esiste: questo non è un modello di federalismo fiscale. Nella Costituzione la parola federalismo non c'è. Dove la trovate nella Costituzione? Neppure nel Titolo V, dove non si introduce di certo il concetto di federalismo fiscale. Dietro il linguaggio, insomma, non c'è niente. In realtà, vedendo in modo nobile tale riforma, si potrebbe leggerla come il tentativo di introdurre elementi di sussidiarietà nel nostro ordinamento; ma la sussidiarietà è altra cosa, anzi è il contrario del federalismo fiscale. Allo stato, c'è solo un tentativo volto a realizzare un decentramento fiscale in modo da dare più responsabilità a chi governa. Del resto la Francia lo attua da vent'anni, qualsiasi paese non federale lo può realizzare, così come un paese di stampo federale. E' un decentramento che alla fine implica una sana sussidiarietà. Semmai il vero problema è l'inesistenza di uno Stato che riesca a responsabilizzare in funzione della sussidiarietà. Se io attribuisco competenze che non vengono utilizzate appropriatamente, allora la sussidiarietà imporrebbe un intervento statale. Ma in Italia lo Stato non è in grado di intervenire. Assistiamo alla crisi di un sistema che crede di sfuggire alla sua debolezza organizzando una scatola vuota, che è molto pericolosa. E' inutile parlare di un federalismo "benevolente", per così dire, rispetto ad un federalismo competitivo. In realtà, quando si introduce l'idea che stiamo andando verso un sistema federale, introduciamo un principio allarmante. Ad esempio si dice: le risorse appartengono ai territori. Ma la territorialità delle risorse non ha nessun senso dal punto di vista tecnico. Però è passata l'idea che i trasferimenti di reddito siano trasferimenti assistenziali. Con questa impostazione, anche San Babila a Milano potrebbe trasferire risorse a qualche quartiere più povero della città; e così il Nord trasferirebbe risorse al Sud. Sotto questo aspetto, si tratta di un errore grave. Insomma, qui si vorrebbero territorializzare le risorse: è un po' l'idea che i diritti di cittadinanza sono diversi da Stato a Stato. Come in America: condanna a morte in Alabama ma non a New York. E' perfettamente legittimo, se vogliamo, e questo pare l'obiettivo finale. Però su questo punto starei molto attento. E vorrei concludere sottolineando ancora una volta che di federalismo oggi non ha senso parlare, perché né la Costituzione, né il Titolo V hanno qualcosa a che fare con il federalismo. Forse è meglio invocare un altro principio, quello di sussidiarietà. Ma ciò ci pone un problema molto rilevante: cosa fa lo Stato? E' capace di essere l'elemento in grado di far funzionare questo meccanismo di sussidiarietà?

Santoro. Ho visto il senatore Stracquadanio dissentire su alcune cose dal professor Giannola. Ma per ora vorrei dare la parola all'on. Bianco. Così Stracquadanio potrà intervenire su più questioni. On. Bianco, quando in Belgio fu introdotto il federalismo ne derivò un aggravio per le finanze pubbliche che portò il Belgio, paese in sostanziale equilibrio, quasi ai livelli italiani in quanto al rapporto tra debito pubblico e Pil. Inoltre, invece di colmare le distanze tra fiamminghi e valloni, la situazione si è inasprita. Quindi, guardando al Belgio, c'è da pensare che il federalismo può non essere la cura giusta per superare i gap territoriali. Insomma, non è detto che gli esiti della riforma debbano essere necessariamente positivi: possono essere di tipo svizzero, di tipo americano o di tipo tedesco, ma possono essere anche di tipo belga. In particolare, così come si sta delineando il federalismo fiscale in Italia, è possibile che il bilancio pubblico ne subisca contraccolpi? O invece siamo sicuri che l'equilibrio di bilancio verso il quale ci si sta orientando sarà rispettato?

Bianco. Io la domanda la rivolgerei a Tremonti, per la verità, visto che è un grande esperto di politiche monetarie creative. Personalmente, sono abituato a fare una somma di tipo elementare e devo dire che, se le cose rimangono così, in realtà non si farà nessun federalismo, si determinerà soltanto una ulteriore divaricazione all'interno del paese. L'analisi che ha fatto Giannola non solo è condivisibile ma dovrebbe essere meditata attentamente da tutti. Invece di innamorarsi dei termini e delle parole che, come è stato detto, non sono neppure nella nostra Costituzione, sarebbe bene conoscere i fatti. I fatti ci dicono questo: che fino a quando c'è stato un intervento serio e in un certo senso anche mirato nei confronti del Mezzogiorno, il gap fra Nord e Sud si è ridotto. Questo è un dato oggettivo. Gli anni che vanno dal 1950 in poi (gli anni della Cassa del Mezzogiorno, cioè, ritenuta la Cassa della dispersione), come i dati dimostrano, furono per l'Italia anni con un tasso di sviluppo superiore a quello della Germania. E in seguito arrivò anche una riduzione del differenziale tra il Nord e il Sud. Cioè la famosa divaricazione si andava riducendo. Questi sono i dati! Questa è la vicenda storica dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno. Certo, è anche emersa nel tempo tutta la debolezza della classe dirigente meridionale, ma nel tempo è venuta meno anche una politica meridionalista. Cioè il principio ispiratore che, nell'immediato dopoguerra, riteneva che l'unità del paese dovesse passare per la questione meridionale. Nel 1993 è finito l'intervento straordinario e successivamente c'è stata la fine di qualsiasi intervento per il Sud. Ho qui un libro della Svimez che dimostra, con tabelle e con dati, come neppure la classe dirigente meridionale abbia capito che cosa accade con il cosiddetto federalismo fiscale, tanto è vero che hanno firmato accordi che sono assolutamente penalizzanti per il Mezzogiorno. Il federalismo fiscale, così come si va configurando, non contiene alcun elemento correttivo per colmare uno storico divario. La questione meridionale, di questo passo, si sta rivelando sempre più irrisolta. Un esempio: l'Abruzzo, che non è certo fra le regioni meridionali meno sviluppate, ha un reddito non paragonabile a quello della "peggiore" regione del nord. Mi pare che la distanza tra il Nord e il Sud stia crescendo, si vada aggravando. Il problema, insomma, non è solo quello di garantire i cosiddetti diritti essenziali, che pure sono una premessa indispensabile; il problema vero è un altro, e cioè come il federalismo fiscale si combini con una politica per il Mezzogiorno. Si può fare a meno di una politica per il Mezzogiorno? Se è così, il divario aumenterà e le conseguenze saranno quelle prospettate. E per tornare al Belgio, portato come esempio negativo nella sua domanda, in questo paese ci sono tre realtà. Bruxelles, i valloni, i fiamminghi. La divaricazione non è stata affatto corretta dagli interventi che sono stati messi in atto, tanto è vero che incombe sempre il rischio della secessione. In Italia vanno aumentando gli elementi di separatismo e le forze politiche come la Lega sposteranno domani in avanti il paletto. Dato che il loro obiettivo è quello di creare in Italia una confederazione, si fa per dire, di staterelli; è il ritorno addirittura a una fase pre - risorgimentale, agli staterelli con diversi indirizzi e orientamenti. E ritengo anche che, quando ci si appropria delle risorse territoriali, sia inevitabile un aumento della spesa pubblica. Ci sono, per fortuna, i vincoli europei; ma in Italia, come anche altrove - vedi l'Austria - le tendenze delle forze politiche attuali sono minate dall'anti-europeismo. E l'attuale maggioranza è sostanzialmente anti-europeista. Questa è la mia visione delle cose, che mi fa dire che incombono sul paese ombre piuttosto preoccupanti: e il federalismo fiscale, invece di essere una speranza, rischia di rivelarsi un incubo per il Mezzogiorno.

Santoro. A questo punto il senatore Stracquadanio ha, come dire, già una prateria da percorrere rispetto ai problemi che sono stati sollevati. Però io ne vorrei aggiungere altri, fargli qualche assist, anche conoscendo le sue posizioni sull'argomento. Noi abbiamo in Italia - a parte il Governo centrale - le Regioni, le Province, le Comunità montane, i Comuni, le Aree metropolitane. Non è un po' troppo, tutto questo fardello, per gestire il Paese? E ancora Giuseppe Galasso fece una volta una battuta, eravamo all'epoca del "primo" Bossi. Disse: i Longobardi del Nord, ai quali si richiama Bossi, durarono poco, finirono presto per viltà e tradimento. Ma i Longobardi del Sud ressero ancora per secoli. E forse anche per questo, in molte fasi della storia italiana, è stato il Mezzogiorno ad avere una funzione trainante nel paese. Insomma, la partita è ancora aperta. E allora: è possibile che il federalismo fiscale migliori la classe dirigente del Sud, la costringa a misurarsi con l'esiguità delle risorse e quindi con i problemi che ne derivano?

Stracquadanio. Trovo innanzitutto sorprendente che, di fronte ai dati che Santoro ci ha presentato relativi al rapporto tra il pil pro - capite del Mezzogiorno e quello del Centro - Nord, non si colga il fatto che l'andamento è del tutto anelastico rispetto all'intervento straordinario. Le variazioni sono irrilevanti rispetto a ciò che sarebbe stato legittimo attendersi in base alla dimensione delle risorse che sono state investite dallo stato nazionale. Se noi abbiamo avuto, in cinquant'anni di politica meridionalista, il fallimento di un modello, non capisco perché lo si debba rimpiangere. Giannola parlava di un modello di politica industriale: ma proprio quello è il modello di politica industriale che ha portato l'Italia fuori dalla grande impresa. Avendola sussidiata, cercando di trasferire la grande industria dal Nord al Sud, avendo fatto dell'impresa pubblica il volano della politica industriale, abbiamo creato una montagna di illusioni sulla creazione di posti di lavoro. Vogliamo mettere in fila questi fallimenti? Cominciamo dall'Alfasud. Questo assurdo progetto politico, del tutto assistenziale, si fondava sull'idea di far produrre le scocche delle carrozzerie in Giappone e i motori di secondo livello in Italia. Si è fatto in pratica il contrario di quello che sarebbe stato logico, perché l'Italia aveva raggiunto l'eccellenza nel design e nei motori di alta cilindrata. Ma noi ci siamo messi a fare motori di piccola cilindrata inefficienti e abbiamo comprato dalla Nissan per creare alla fine un prodotto che industrialmente è stato fallimentare. Non se ne è venduta una se non ai vigili urbani. Perché rimpiangere dunque questo tipo di operazioni? E prendiamo l'acciaio a Taranto: non ha portato certo grandi benefici alla città. Sono state politiche industriali miopi: in tutti questi settori abbiamo perso leadership, non abbiamo più nulla nella chimica e siamo scomparsi dal farmaceutico.

Dunque una politica per il Mezzogiorno che ha mantenuto i divari inalterati è una politica che non ha funzionato; e quindi non trovo ragione di rimpiangerla. E credo che anche la politica dei fondi europei sia stata fallimentare. Ma perché tutto questo non ha funzionato? Perché non si sono fatti i conti con la redditività, con l'esigenza che le industrie, le aziende devono stare in piedi sulle loro gambe, devono produrre la ricchezza e non distribuirla. Invece noi abbiamo fatto programmi in base ai quali un'impresa deve stare in piedi comunque: lo abbiamo fatto per anni, lo abbiamo fatto con le imprese di Stato, lo abbiamo fatto con una collusione tra la politica e il sindacato, nell'idea che i posti di lavoro li crea il governo, quando invece i posti di lavoro li crea l'economia. Un atteggiamento che, complessivamente, ha devastato il Mezzogiorno, perché ha premiato il sussidio rispetto alla libera iniziativa.

Mi pare invece stupefacente che nel Mezzogiorno il turismo non decolli in alcun modo quando la risorsa naturale è sicuramente di gran lunga superiore a quella di altre zone d'Italia. Se uno va in Emilia – Romagna, ad esempio nella costa della riviera romagnola, vede che una città come Rimini passa da centomila abitanti d'inverno a un milione e centomila abitanti d'estate. C'è qualcosa di bello nella costa romagnola? Di così attraente? Non trovo. C'è però un modello di attrazione turistica che è basato sull'accoglienza, sul basso prezzo, sulla qualità dei servizi. Un modello che non c'è al Sud da nessuna parte, nonostante la risorsa naturale sia di gran lunga superiore. Ma io non ho mai visto politici meridionali battersi per avere infrastrutture adeguate a portare nel Mezzogiorno, faccio un esempio, i milioni di pensionati di tutta Europa che cercano destinazioni verso località turistiche. E nessuno ha chiesto quelle agevolazioni fiscali che potrebbero dare vantaggi competitivi rispetto allo sviluppo del territorio. Mentre invece si è sempre atteso in qualche misura il sussidio pubblico, l'attività creata ad hoc, i lavori socialmente utili e quant'altro: tutto, sia chiaro, "a danno del Mezzogiorno".

Il federalismo fiscale può essere un'occasione per il Sud? Può esserlo. Ma non lo è per definizione. Per definizione non è né buono né cattivo. L'idea da cui siamo partiti è prendere atto delle differenze che esistono e cercare, se ha un senso la parola federalismo, di unire e non di aumentare le divisioni. Se noi proseguiamo con le politiche attuali in cui il prelievo è tutto centrale e la spesa pubblica è tutta periferica; con politiche in cui la spesa pubblica è incrementale e la stessa prestazione ha costi diversi a seconda dei territori, né esiste un meccanismo per cui si debba competere sui costi con cui si offrono le prestazioni, noi condanneremo le zone più povere ad impoverirsi e non garantiremo livelli di servizio pubblico adeguato. Allora io dico che la strada che abbiamo seguito fino ad oggi non ha funzionato. Probabilmente dobbiamo cambiarla.

Quello di cui noi abbiamo bisogno è certamente una crescita della responsabilità del ceto politico locale e nazionale, per evitare che quello che oggi si sta presentando come un conflitto territoriale tra Nord e Sud porti inevitabilmente, se non si interviene con una politica di tipo nazionale diversa, a rendere legittima la richiesta di separazione. Perché è vero quello che diceva Bianco: c'è una tendenza, in qualche modo naturale, che non è alimentata da forze politiche. Se si fa il giro del Nord e del Centro Italia, si scopre che i più forti avversari della situazione attuale del Sud sono i meridionali che si sono trasferiti al Nord. La Lega Nord è fatta di "terroni". Ve lo dice uno che viene da là e ha origini siciliane, pugliesi e marchigiane; e che è nato a Milano per un incidente della storia, incidente per il quale molta gente è emigrata al Nord per lavorare, come mio padre, che lavorava all'Eni di Milano. Se non prendiamo atto di questa situazione e parliamo ancora dei benefici dell'intervento straordinario, allora noi chiudiamo gli occhi di fronte alla realtà e ci condanniamo alla secessione. Che sarà una secessione non istituzionale, che sarà fatta con un disegno che non è ancora scritto da nessuna parte ma che può partire dal Nord, Lega o non Lega. Perché il Nord ha bisogno di competere nel mercato internazionale e per farlo ha bisogno di meno tasse e di uno stato che pesi meno. Ma finché individuerà nel Sud la palla al piede al suo sviluppo, questo porterà inevitabilmente a spinte secessioniste. Che sono spinte presenti in tutte le forze politiche.

Quanto all'europeismo, abbiamo approvato il trattato di Lisbona in un pomeriggio senza nemmeno discuterlo. Però, anche lì, anche in questo progetto, noi abbiamo l'idea che si fondi l'Europa a partire da una moneta, ma senza vera devoluzione di potere reale. Ma non si fa un'unità sulla moneta, la moneta unica è una follia in termini di concezione dello Stato, perché moneta, difesa, giustizia e statualità sono la stessa cosa e non si possono dividere. Noi abbiamo ceduto pezzi di sovranità all'Europa, così come abbiamo ceduto alla religione pezzi di sovranità. E' un disegno istituzionale tutto sghembo, che non sta in piedi: e io capisco perché gli inglesi non vogliono entrare nella moneta e gli svizzeri non vogliono entrare nell'Europa. Si romperebbero le stesse regole istituzionali che hanno fatto di quei paesi delle nazioni che crescono, mentre tutta l'Europa continentale è in crisi e non riesce a stabilire una regola istituzionale che funzioni. Anche l'allargamento è stata una follia, tant'è vero che siamo costretti a fare norme con le quali decidiamo l'espulsione di un cittadino comunitario, visto che con l'Europa abbiamo ottenuto il risultato che i romeni ci hanno rovesciato addosso le loro carceri. Ci sono disegni che sono falliti, che ci stanno portando verso crescenti disastri. Ecco perché dobbiamo cercare strade nuove. E il federalismo fiscale, al di là del disegno di legge Calderoli, è un'ipotesi politica sulla quale la maggioranza ha trovato un punto minimo di accordo, anche se nel programma elettorale c'era una diversa impostazione che prendeva a modello il disegno del Consiglio Regionale della Lombardia. Quanto poi al metodo Calderoli, ho scritto parole di fuoco chiamandolo "gattopardismo fiscale" e non federalismo. Cosa ha fatto Calderoli? Ha messo insieme le esigenze di bandiera del suo partito con lo statalismo municipalista della sinistra, visto che il Pd ha perso un orizzonte nazionale e si sta rinserrando nel centro Italia. Sta scegliendo come vocazione quella di essere un partito territoriale, orientando il "suo" territorio verso una politica che è fatta di partecipazioni municipali, verso un modello di tipo statalista. Quanto al resto d'Italia lo si può abbandonare al suo destino, come fosse un pezzo di Pdl. E poi è stata adottata la linea dell'"avanti c'è posto". Arrivano le Province e dicono: "Ma io come campo?". Allora ti faccio la tassa addizionale sulle Province. Arriva il Sud e dice: "Voglio il fondo compensativo più alto!" Insomma: avanti c'è posto, c'è posto per tutti!

Quanto al principio di sussidiarietà, il punto non è che lo Stato sussidi là dove le cose non funzionano, ma al contrario. Le istituzioni locali devono essere innanzitutto responsabili e quindi devono avere nelle loro mani una responsabilità fiscale certa, definita; devono dire in modo chiaro come spendono i loro soldi. Faccio un esempio, che proporrò oggi al convegno sull'abolizione delle province, secondo me indispensabile. Sono andato lo scorso fine settimana da Roma nelle Marche passando per la Roma - L'Aquila. Giunto ad Assergi ho scoperto che il traforo del Gran Sasso era chiuso per manutenzione dalle 22.00 alle 6.00. Peccato che me lo abbiano detto alla fine! E fin qui, come dire, fa parte dell'inefficienza di un sistema di rete come quello delle autostrade. Vengo dunque indirizzato su una strada che si chiama "Provinciale 86 Vastese". Una strada piena di mucche al pascolo, lupi marsicani in libertà, cavalli allo stato brado, mentre le uniche segnalazioni sono pietre miliari poste, credo, nell'800 da qualche lungimirante costruttore: non sono neanche dotate di catarifrangente! Andavamo con i fari antinebbia lungo un corteo di macchine, andavo piano tra i lupi. Ho visto i lupi per la prima volta: è un'esperienza! E mentre percorrevo questa strada piena di buche mi sono ricordato di un viaggio fatto questa estate sulla stessa tratta: non c'era un collegamento né telefonico né radiofonico, mancava tutto. Insomma, è paradossale che su un'autostrada così importante, l'unica che attraversa l'Italia, non ci sia una rete telefonica, non ci sia l'SOS, nulla di tutto questo. Sempre lungo quel tratto, al ritorno del segnale della RAI, avevo sentito questo straordinario spot: "L'Aquila in festa! 300 eventi in 30 Comuni! A cura della Provincia dell'Aquila". Ora, la provincia dell'Aquila è un esempio che mi è capitato, ma lo potrei estendere dalla provincia di Bolzano alla provincia di Caltanissetta. La provincia, insomma, non fa nulla per la manutenzione di quello che le compete. E organizza i "circenses". Questo perché il perimetro del consenso politico della Provincia - dato che ha competenze non visibili - costringe gli amministratori a darsi competenze che non hanno per poterle negoziare sul mercato della visibilità politica. E questo fa sì che ci sia per forza cattiva amministrazione. Mentre l'amministrazione comunale deve fare i parcheggi, ma può permettersi di fare anche i musei o altre cose, e quindi ha politiche di breve termine ad alta visibilità e politiche di lungo termine ma ad alto impatto sulla vita dei cittadini (e si sa che spesso si vede il beneficio immediato e non si capisce il maleficio futuro) la provincia queste competenze non le ha, se le inventa! Se le dà, distogliendo le risorse da dove le dovrebbe impiegare. E non solo: si può seriamente immaginare che quei 300 eventi siano 300 eventi culturali seri? Ovviamente no! Sono 300 sussidi dati ad amici degli amici, a gente che, in assenza della provincia e delle sue scelte, avrebbe un solo compito: cercarsi un lavoro che non ha! Questo è il paese reale. E, di fronte a questo paese reale, il rischio che un uomo politico responsabile del Nord senta una tentazione secessionista più forte di prima, è frenato solo dal fatto che il presidente della provincia di Milano voleva entrare in Alitalia! Il che mi fa capire come la distorsione non sia soltanto a L'Aquila ma anche a Milano. Forse con maggiori risorse, ma certo con lo stesso livello di follia istituzionale. Dobbiamo quindi disboscare i livelli istituzionali? Indubbiamente! Se c'è un torto, un danno del titolo V, è quello di aver preso i livelli istituzionali che c'erano e, senza averli esaminati, avere posto Comune e Provincia sullo stesso piano. E per fortuna qualcuno si è dimenticato delle comunità montane, altrimenti eravamo rovinati!

Santoro. Professor Massari, è stata sollevata la questione del titolo V: Province, Comuni, Regioni tutte sullo stesso piano, con la frantumazione della capacità di governo fra troppi Enti. Tutto questo ha conseguenze dirette in materia di federalismo fiscale, anche perché purtroppo, tra le varie contraddizioni, c'è anche il tentativo di attribuire una imposizione propria alle province proprio nel momento in cui sono in molti a giudicarle enti inutili. E dobbiamo rilevare che purtroppo c'è una forte resistenza (e sono generoso) da parte della Lega rispetto all'ipotesi di abolire le Province. E' una materia costituzionale che affido al costituzionalista Massari.

Massari. Sì, in effetti qui non stiamo solo parlando di federalismo fiscale, ma di federalismo tout-court. Rispetto a questo problema, la questione non è se fare o non fare il federalismo fiscale, il vero problema è come farlo, partendo proprio dalla modifica costituzionale del titolo V. E' vero che non c'è la parola federalismo, ma c'è la sostanza. E l'art. 114, di cui probabilmente la classe politica non ha colto tutta la portata dirompente, è un articolo rivoluzionario che recita: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni, dalle Città metropolitane e dallo Stato". Mettendole tutte sullo stesso piano, cade l'organizzazione verticale: è la premessa non solo del federalismo fiscale, ma di tutto il resto della riforma costituzionale. Io ricordo che all'epoca, quando ci fu il dibattito parlamentare, pochissimi si accorsero della portata, comunque la si giudichi, rivoluzionaria, di un tale dettato. Solamente il sen. Domenico Fisichella sollevò il problema di questa equiparazione di Stato e città metropolitane: tuttavia il federalismo sta tutto qui, perché così cambia la concezione della sovranità . Noi non abbiamo più una sovranità in capo allo Stato, ma una sovranità fondata su un pluralismo istituzionale, abbiamo tanti centri titolari della sovranità. Dopo di che, come si costruisce il federalismo fiscale?

Il disegno di legge Calderoli mi sembra condivisibilissimo nelle enunciazioni di principio. E poi, chi non è d'accordo sulla responsabilizzazione, sulla trasparenza, sulla necessità di invertire il trend storico della spesa? Su questo siamo tutto d'accordo, è sul dopo che cominciano i problemi. Il primo problema è che il federalismo fiscale è troppo incentrato sul fisco e poco sulle funzioni. Si è detto: diamo a questi enti della Repubblica Italiana la capacità di spesa e di tassazione. Però non basta. Quali funzioni hanno tali enti? Su questo c'è il buio più totale. Peraltro bisogna ricordare che la stessa ripartizione delle competenze tra Regioni e Stato, così come l'abbiamo nell'art. 117 della Costituzione, per consenso unanime del centrodestra e del centrosinistra, si è sempre detto che va cambiata, va ritoccata, perché crea confusione.

L'energia, ad esempio: è un problema locale? E' un problema nazionale! E' in questo contesto che si pone anche il problema delle province e dell'organizzazione degli enti inutili. Altrimenti abbiamo una sovrapposizione di vari centri di spesa e di responsabilità che è incompatibile con quello che è l'obiettivo fissato della riduzione quantitativa e qualitativa della spesa storica, intendendo sia il debito dello Stato sia quello accumulato dai vari enti locali. Insomma, occorre prima definire le funzioni e poi le spese.

Altro problema è quello cui accennava il prof. Giannola: che tipo di federalismo vogliamo? Quando si parla di federalismo non siamo tutti d'accordo sul modello. Esiste il federalismo competitivo e quello solidale. Al centro della definizione c'è il concetto di territorio. La territorializzazione è una tendenza in atto in Italia, non solo sul piano economico ma anche sul piano politico. Diceva Stracquadanio, riferendosi al Pd, che esso tende a territorializzarsi, nel caso specifico al centro: non è un processo che investe il solo Pd, riguarda l'intero sistema partitico. Pensiamo ad esempio alla Lega, partito territoriale. E pensiamo al Sud, con la Lega di Lombardo. Al di sotto della veste nazionale dei partiti, emerge una territorializzazione fondata sulle singole personalità legate al territorio, i cosiddetti "neo-notabili". La visione generale, insomma, oggi si scontra coi processi di personalizzazione e territorializzazione. Pensiamo ancora ai sindaci, che esercitano in pratica un potere in proprio di rappresentanza, sia a destra sia a sinistra. In ogni caso è proprio il concetto di territorialità ad essere equivoco. Ad esempio, definire il territorio in chiave esclusivamente regionale, come ha fatto la Lombardia, è molto limitativo. L'idea era: i tributi si prendono dove si produce; dopo di che diamo alle altre Regioni meno sviluppate un fondo perequativo. Un processo, naturalmente, a discrezione del donatore. Questa idea di territorialità fiscale non è propria del federalismo. Il federalismo ha alla base un'idea di confederazione. La differenza fra quest'ultima e il federalismo sta nel fatto che nella confederazione gli enti territoriali sono sovrani e prendono i tributi; dopo di che, per loro concessione, versano una quota. Negli Usa la Guerra civile partì da questo: gli stati del Sud raccoglievano i tributi e ne versavano una parte al centro. Ma questo centro, nei territori del Sud, non poteva esigere alcunché. Nello stato confederale il centro è debole, è dipendente dalle sue componenti decentrate. Nello stato federale il centro è forte, in quanto ha tributi propri destinati alle funzioni federali. Ecco perché, alla fine, occorre un discorso di copertura costituzionale. Servirebbe, a questo punto, viste le premesse, un modello confederale. Non tanto un modello federale.

Diciamo che un modello confederale emerge nella cultura, nelle intenzioni: è, in pratica, il vecchio modello di Miglio delle macroregioni. Ma, nel caso nostro, parliamo di federalismo e non di confederazione. Ma quale federalismo vorremmo adottare: competitivo o solidale? Credo che dovremmo giungere a un mix delle due ipotesi. Dietro il modello solidale c'è il rischio dell'assistenzialismo e di una mancata responsabilizzazione. Certo, si può pensare ad una fiscalità speciale per il Mezzogiorno, sul modello irlandese: fra l'altro si tratta di una soluzione che non è stata bocciata in sede Ue. Ma, anche passando ad un modello competitivo, non si possono nascondere i rischi. Chi è più ricco va avanti e gli altri si arrangiano: questo è uno schema inaccettabile in Italia. E, per tornare alla proposta di Calderoli: come si definiscono i costi standard? Non ci sono solo problemi istituzionali e politici, ma addirittura tecnici. Quando definiamo i costi standard, abbiamo bisogno di comparare i bilanci delle varie Regioni e Comuni. E dunque servono parametri omogenei di valutazione. Si tratta di un lavoro enorme. Ritengo, insomma, che siamo solo all'inizio di un percorso. La transizione sarà molto più lunga di quanto ipotizzato. La "spesa storica" sarà difficile da cambiare soprattutto se i politici delle Regioni più in deficit non si autoriformano: una riforma è tanto più credibile quanto una classe politica responsabile è in grado di riformare se stessa.

Santoro. Prof. Giannola, si è parlato di territorializzazione, di rischi legati a questo processo, che è anche economico...

Giannola. Il problema è che l'Italia non compete proprio per il modello industriale che ha scelto. Ha infatti buttato a mare la grande impresa. E allora le Marche, la Romagna, il Veneto sono fiorite, ma già in quelle zone esisteva la piccola impresa, che certo non è nata come un'invenzione. Oggi modificare quel modello è impossibile, considerando anche che tali aree produttive, con le pulsioni territoriali e regionalistiche che manifestano, addebitano al Mezzogiorno la colpa della crisi. Ma ritengo che il Mezzogiorno possa avere un suo ruolo importante e dimostrarsi competitivo e attraente. Penso ad esempio alle energie alternative: il Sud è la massima area con vocazione per le energie alternative. Per i problemi ambientali, che sono all'ordine del giorno, si tratta di un'opportunità economica unica. Anche se il Sud non può muoversi in ordine sparso: se ogni Regione pensa di essere un piccolo stato, soprattutto al Sud, va incontro al disastro. Il Mezzogiorno ha bisogno di creare un network, una politica meridionale tarata sulla dimensione di una macroregione. Addirittura può essere favorito da questo tipo di riforma, sempre che ne abbia la coscienza. Ma qui il compito è demandato alle classi dirigenti. La risposta, insomma, queste regioni la devono dare tutte assieme. Se lo facevano dieci anni fa, la fiscalità di vantaggio sarebbe passata. Ma oggi un Mezzogiorno diviso è totalmente fuori mercato.

Santoro. Vista la saggezza che gli deriva dall'appartenere alla Prima Repubblica, affiderei le conclusioni a Gerardo Bianco.

Bianco. Sono anch'io convinto che quella del federalismo è ormai una scelta inevitabile. La riforma del titolo V porrà come conseguenza quello che si chiama federalismo fiscale. Nel mio primo intervento ha voluto sottolineare una convinzione: se si vuole affrontare la questione dell'unità del paese, la questione meridionale rimane come la prima pietra d'inciampo. Oggi si fa un discorso puramente ideologico: quel modello è fallito, dunque occorre sostituirlo con un altro modello. Ma dobbiamo anche inquadrare le cose nella loro dimensione storica: ad un certo momento l'intervento dello Stato è riuscito a ridurre il divario fra Nord e Sud. In realtà, dopo la crisi energetica dei Settanta, abbiamo assistito a scelte paragonabili a ciò che avvenne nell'Ottocento. La crescita dell'agricoltura italiana fu interrotta dalla famosa tassa doganale che impedì lo sviluppo e generò la reazione della Francia con tutte le conseguenze che ne derivarono. Ma, tornando al nostro secondo Novecento, non si possono nascondere i comportamenti della classe politica del Mezzogiorno: miopia, debolezza, un problema permanente che peraltro rimane. Un problema che non si risolve con un appello alla responsabilità. La mia preoccupazione è che anche oggi, col federalismo fiscale, tale mentalità sopravviva, aggravando la situazione. Un federalismo fiscale che presenta problemi del tutto aperti. Quello del differenziale fra il Mezzogiorno e le regioni che hanno maggiore capacità contributiva è solo uno. Resta aperta la questione delle cosiddette Regioni speciali. Dobbiamo a questo punto capire se, nel contesto di questo federalismo fiscale – lo diceva Giannola - sia possibile reimpostare, in termini rigorosi e precisi, una politica del Mezzogiorno che consideri il Sud come una macroregione. Ricordo che nella Costituzione si prevede la possibilità, da parte dello Stato, di fare interventi speciali mirati che aprano lo spazio per la creazione di condizioni favorevoli. Stracquadanio, ad esempio, propone la solita politica turistica per il Mezzogiorno, un vecchio tema della Confindustria. Ma il problema del Mezzogiorno è un altro: avere coscienza di quelle che sono le pesanti questioni negative. Primo fra tutti i problemi è l'incombere della malavita organizzata che strangola ogni iniziativa vitale. Insomma, è una malapianta storica ancora ben salda. A questo punto c'è bisogno della consapevolezza che la questione del Mezzogiorno rimane un nodo centrale storico. Ma tale processo di consapevolezza implica la liquidazione di una serie di luoghi comuni. Pensate allo scandalo del fallimento del Banco di Napoli, a come fu trattata la questione. Ma pensate, proprio in questi giorni, alle banche che falliscono in America e all'intervento dello Stato, oltretutto in un paese liberista. Insomma, non fare una politica per il Mezzogiorno ha in sé il rischio di creare non tanto un modo semplificatorio di gestire un fenomeno in sé complesso, bensì quello di favorire il peggioramento e addirittura un allentamento dei legami. Si favorirebbe la disunione del paese, che è già un virus in circolazione. E, in ultimo, non mi sento di avere troppo fiducia in una struttura di governo con formazione e inclinazione nordista che, come primo atto, ha tagliato i fondi per il Mezzogiorno. Peraltro i tagli operati vanno a minare settori importanti del Sud, come la ricerca scientifica e il mondo universitario. Si inaridiscono le risorse, si indebolisce il tessuto culturale italiano, si mortificano quelle realtà vitali già presenti nel Mezzogiorno. Non possiamo non guardare con sospetto al fatto che le scelte che saranno prese sono dettate, ancora una volta, non tanto dai poteri forti, ma dalle Regioni forti. Che ovviamente cercheranno di garantirsi una posizione dominante. Non è un caso che la Lombardia presenti una proposta finalizzata a prendersi tutto e poi a distribuire qualche mancia. E l'opposizione nel Consiglio regionale lombardo tace, dato che la convergenza di interessi sembra annullare le differenze fra destra e sinistra. Spero che "La Voce Repubblicana" levi la sua voce in difesa di quei grandi principi che furono anche di Ugo La Malfa. Vedo emergere, insomma, un tipo di cultura che, se non viene contrastata da una visione unitaria, porta non a ricreare un ordine nuovo ma un disordine generalizzato.

Santoro. Sono d'accordo con le conclusioni di Bianco a proposito di una destra e di una sinistra spesso unite a difendere interessi localistici più che nazionali. Sono lieto che questo dibattito si concluda con questa notazione politica.